Anni e anni di assottigliamento delle protezioni sociali, di «la società non esiste, esistono gli individui», di precarizzazione del futuro, di lavoro impoverito, di diritti convertiti in prestazioni acquistabili sul mercato, di progressiva erosione di ogni forma di appartenenza collettiva.
Decenni di pedagogia neoliberale hanno insegnato che ciascuno è responsabile esclusivo del proprio destino, che il fallimento è una colpa individuale, che la competizione è la forma naturale delle relazioni umane e che la solidarietà rappresenta, nel migliore dei casi, un residuo sentimentale del Novecento.
Si è lavorato metodicamente alla dissoluzione dei corpi intermedi, alla marginalizzazione del conflitto di classe, alla neutralizzazione della politica come strumento di trasformazione dei rapporti sociali. Il cittadino è stato progressivamente sostituito dal consumatore, il lavoratore dall’imprenditore di se stesso, la comunità da una moltitudine di individui isolati.E tuttavia le contraddizioni materiali non scompaiono perché vengono espulse dal linguaggio pubblico. Continuano a produrre disuguaglianze, frustrazione, insicurezza, risentimento.
Il punto è che una società privata degli strumenti collettivi per interpretare le proprie condizioni materiali non smette di ribellarsi. Smette, semmai, di sapere contro che cosa ribellarsi.La rabbia rimane, ma perde la propria grammatica politica. Il conflitto sopravvive, ma si frammenta in esplosioni intermittenti, in antagonismi identitari, in una protesta che spesso non riesce a riconoscere le strutture economiche e i rapporti di potere da cui trae origine.E qui si consuma il paradosso più feroce della nostra epoca: un sistema economico che produce sistematicamente insicurezza riesce a presentarsi come l’unico possibile garante della sicurezza. Le destre autoritarie raccolgono una parte del malessere generato dalla disgregazione sociale, ma anziché intervenire sulle sue cause materiali ne spostano il bersaglio verso il diverso, il migrante, il povero, il nemico di turno.Guardando questa fotografia, nella sua straordinaria potenza grottesca, viene da pensare proprio a questo: a un mondo nel quale persino la rivolta sembra assumere i tratti di una rappresentazione surreale, sospesa tra tragedia e carnevale, tra disperazione e spettacolo.Ma sarebbe un errore scambiare il grottesco per assenza di sostanza. Sotto quella maschera, sotto gli idranti, sotto la confusione della folla, rimane una contraddizione reale.
Il problema non è che manchi la rabbia. È che abbiamo progressivamente smantellato le condizioni sociali, culturali e politiche necessarie perché quella rabbia diventi coscienza, organizzazione, progetto.E forse è proprio da qui che occorre ripartire: dalla ricostruzione di un lessico del comune, dalla centralità del lavoro, dalla consapevolezza che nessuna emancipazione individuale è realmente possibile dentro una società fondata sulla precarietà permanente e sulla competizione generalizzata.Perché una moltitudine arrabbiata non è ancora un soggetto politico.E una rivolta, senza un orizzonte collettivo, rischia di essere soltanto un’altra forma della disperazione.

P.S. non l’ho scritto io, ma ne condivido i contenuti..
Un post assolutamente interessante, che condivido anch’io in pieno. Questi anni sono più difficili dei precedenti, secondo me.
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già… 😥
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