Sto pensando alla povera donna che recentemente si è gettata dal balcone trascinando nel suo forte malessere pure i tre figli piccoli. Accade in un paese calabrese in cui, si suppone erroneamente, si possa vivere più attenzionati dal propri compaesani, piuttosto che in una grande città come la mia, dove spesso non ci conosciamo tra vicini di pianerottolo.
Invece, evidentemente anche lì ormai la società è disgregata, nessuna parente o donna del paese aiuta (?) la poveretta, che si rivolge (stupidamente) addirittura a un uomo, il parroco, per avere conforto?
Come può un parroco, vicario di una chiesa maschile e patriarcale, che nega a tutt’oggi il diritto all’aborto (un diritto di autodifesa dalla sopraffazione maschile) offrire aiuto a una loro donna esemplare, la madre di ben tre figli? Una donna che purtroppo non soffriva “solo” di depressione post partum, ma che doveva, azzardo, avere altre problematiche psichiatriche pregresse, perché la descrivono come schiva e “molto religiosa”.
Ed ecco il punto, io diffido di donne schive e fortemente religiose, che andrebbero sempre attenzionate. Se sei costretta a rivolgerti fortemente al nulla (va bene, sono evidentemente atea) vuol dire che attorno non hai niente più del nulla.
Penso anche che i parroci dovrebbero essere formati in buone scuole di moderna psicologia e le parrocchie affiancate da consultori famigliari femminili femministi, altro che “pro vita”
P.S. il padre e marito, ora tanto addolorato, non poteva saggiamente e preventivamente “tenerselo a bada” evitando di “inguaiare” ulteriormente una moglie già fragile?
La Chiesa, con i suoi preti, spesso pedofili, ma comunque obbligatoriamente prudentemente celibi, come pensa di poter aiutare le sue famiglie cristiane, per fortuna sempre meno assidue e prolifiche?
